Diciannove – settantasette

Quel che colpisce di questo artista è la passione e la ricerca che sta dietro, ma anche dentro, la sua produzione artistica.
E’ giovane Grimaldi, questa volta va detto.
La ritrosia per i rilievi anagrafici è data in generale dal voler far piazza pulita da quell’equivoco frettoloso secondo il quale “giovane artista” equivale a novellino, a una promessa non ancora mantenuta.
Fino a che non si dirà vecchio artista, l’attributo giovanilistico è di troppo.
In questo caso però vale la pena sottolinearlo, perché Grimaldi esce dal narcisismo della memoria, dalla sua autoreferenzialità, facendosi protagonista di una memoria civile, collettiva, storica.
Gli anni settanta, la bussola ispiratrice di Diciannove – settantasette, non sono stati vissuti dall’artista in prima persona. Non è nostalgia, non è passatismo, ma confronto, riflessone, giudizio critico espresso artisticamente.
E’ anche un prendere una posizione netta. Sono partigiane le sue opere, sono di parte, non sono oggettive, non sono un saggio distaccato. Sono soggettive, passano da lui, dalla sua sensibilità, dalle letture: Enrico Franceschini, “Avevo vent’anni”, uno tra i suoi autori preferiti.
E’ arte politica, anzi, ideologica. Inutile tacerlo. Anche onesta: è talmente pulitita nel suo dichiararsi, che permette di avvicinarlesi, come di prenderne le distanze.
Coerentemente i colori usati dall’artista, pochissimi, piatti, senza giochetti tonali e chiaroscurismi vari, sono una dichiarazione. Rosso sonoro per la rivolta, blu per le sagome dei poliziotti, nero per i contorni spessi delle immagini e per le scritte, bianco per tutto quello che degli anni settanta non si vuole rievocare, non si vuole ammettere, prima tra tutto, la partecipazione spontanea grande di tutta la società, la solidale amalgama giovanile studentesca attaccata e fronteggiata anche dai carrarmati. D’altronde niente, niente è più potente della parola. Un carrarmato non stupisce, né è bastato a imbavagliare le bocche. Tien An Men ce lo ha riconfermato.
Dalla contestazione giovanile e dalla violenza che ha pure comportato, pagata a prezzo durissimo, sono nati cambiamenti radicali e ineludibili. E’ grazie agli universitari in piazza e negli atenei occupati che è stato dato spazio ai disabili, per esempio. Prima degli anni settanta essi erano ghettizzati in scuole speciali, come è sempre speciale l’emarginazione.
L’articolazione storica del passato non è mera citazione per lui, non è la connessione causale liscia e deduttiva di un fatto, da quello che lo precede. E’ l’impossessarsi di un ricordo collettivo, il tracciare linee prospettiche con l’attualità, cercare assonanze e differenze facendo del nostro, come scriveva Walter Benjamin, un presente reminescente.
Non c’è memoria spontanea in Grimaldi, c’è memoria voluta e cercata con acribia antropologica, con sguardo meticoloso attento al dettaglio che, poi, amplifica sulla tela.

Sono stati anni fecondissimi culturalmente parlando, i nostri ’70. Sciascia, Pontiggia, Maraini, Fallaci, Fruttero e Lucentini, Calvino, Primo Levi e Cerami, hanno dato alle stampe i capolavori per cui oggi, sono citati anche da chi non ne ha letto un rigo.
Le avanguardie artistiche hanno creato una rottura profonda e non suturabile con un’estetica ornamentale e decorativa, senza cuore né testa. Le tele, giù dai cavalletti venivano sdraiate a terra, Kounellis ci camminava sopra per maltrattarle ad arte. Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino in Italia si ribellano, nell’ambito del neoespressionismo, anche alla ribellione della cromofobia concettuale, protestano contro ogni limite imposto all’emozione.
Lotta continua? Dialettica, orticaria per il dolcestilnobismo delle elites artistiche e culturali che per quanto nuove, imponendosi e replicandosi, sono ripetitive già il giorno dopo.
La ieraticità bozzettistica di uno, nessuno, centomila poliziotti schermati e indistinguibili nelle loro divise da astronauti antisommossa, la detenzione delle armi usate anche per sparare alle spalle, faccia i conti con il bianco e il dinamismo sincopato ma fremente di una generazione intera che ha provato ad insegnarci a non adeguarci, come pecore nel gregge, a non assuefarci alle storture del potere.
E’ una storia recente e già insabbiata quella affrontata da Grimaldi, che, per usare un’espressone di Erri De Luca, non ha lasciato in pace nessuno.
Si è insinuata nella dimensione più privata del singolo. Dalla fabbrica, dalla piazza come dalla scuola, si è infiltrata nelle pareti domestiche ribaltando e scompaginando assetti millenari: ha spaccato la famiglia, ha messo i figli contro i padri, ha separato mogli e mariti, ha accelerato e reso manifesto ogni latenza al distacco dell’uomo, che deve staccarsi da un contesto per crearne uno nuovo, con il rischio orribile di trovarsi solo.
Questo forse non c’è, nelle opere di Grimaldi, ma lui le ha fatte perché se ne parlasse. Il pretesto sta nell’appenderle a un muro, con una scenografia attenta, il conforto di una performance empatica, della proiezione di un video realizzato a Berlino, dove alla musica di quegli anni si rende l’omaggio migliore: il volume.
A volte i pretesti si chiamano mostre.
L’augurio è che l’arte torni a muovere il pensiero dello spettatore.

Cristina Muccioli

 

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